Ambiente, politica, parchi

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“Non sono tempi buoni per l'ambiente, meno ancora per gli ambientalisti”, così recita una considerazione diffusa. Per spiegare la prima affermazione ci si riferisce normalmente a Trump e a quel negazionismo, perfino in materia di global warming, che pare dilagante. In realtà, se prendiamo a riferimento il mondo, pare che la politica, quella alta, abbia preso coscienza della questione ambientale più che nel passato. Trump trova nel suo popolo i maggiori oppositori e ha scarso seguito tra le nazioni, basti pensare alla Cina dove proprio su questi temi c'è stato un cambiamento epocale di paradigma e di pensiero. Quindi possiamo dire che a livello di istituzioni il problema ambientale sia parte fondamentale dell'agenda degli stati, fenomeno che è in costante marcia dalla convenzione di Rio. Un po' più complicato è pronunciarsi sulle difficoltà che incontra l'associazionismo ambientalista. Si dice che le organizzazioni ambientaliste stiano tutte vivendo una crisi di adesione e di frequentazioni: F.Balocco in Il Fatto Quotidiano del 24 settembre 2017 scrive “Delle associazioni storiche, il Wwf per ragioni di costi ha dovuto chiudere le sedi locali, Italia Nostra vivacchia” e di Legambiente dà la stessa valutazione. Se fosse vero, alla situazione si aggiungerebbe un ulteriore elemento di gravità, ma sono molte altre ed inquietanti le ragioni che ci fanno temere per il futuro. Il fenomeno più insidioso tra quelli che denunciamo ha carattere culturale, o se preferiamo “politico”in quel significato ampio e profondo che la parola tende a perdere. Accade che negli ultimi tempi le ragioni “ambientaliste”, e con esse una certa terminologia, perfino la parte “estetica” di una certa metodologia di approccio ai problemi, sono state fatte proprie dal senso comune, dal mainstreaming, oseremmo dire dal pensiero dominante. L'esecrazione per il cattivissimo Trump, almeno nelle cose ambientali, è nel nostro Paese pressoché unanime, in linea con quanto andiamo qui affermando. Quando però andiamo a parlare di temi ambientalisti specifici, per esempio di come intendere le aree protette e come sviluppare una politica dei e per i parchi, il discorso cambia. Una prima sciocchezza pericolosa è quella che si gabella con il termine “valorizzazione”. Per chi usa questa parola apparentemente ambigua (in realtà chiarissima: valorizzare significa “conferire o accrescere valore a qualche cosa”, e valore si intende in questa lettura valore economico; dunque portare a reddito una cosa che non ne ha, una cosa altrimenti priva di valore proprio); per chi usa questa parola d'ordine sbagliata, i parchi dovrebbero trasformarsi in reparti di vendita, di prodotti sofisticati quanto si vuole ma comunque ottimizzati (trasformati, impacchettati, inseriti in un display, in processi di marketing, in operazioni di merchandising,...) per essere venduti. Questa logica per sua natura tende a cannibalizzare ogni altra logica, a mangiarsi le ragioni prime che regolano la nascita e l'esistenza dei parchi: la tutela e la protezione dell'ambiente.

Questa parola d'ordine e gli indirizzi politici e gestionali che la mettono in pratica hanno di fatto monopolizzato e anche immobilizzato il dibattito negli ultimi anni. La insidiosità e la forza di una offensiva culturale di questo genere sono date non tanto dalla sua pregnanza teorica: in una discussione razionale tra persone mediamente qualificate, le ragioni dei “parchi come business” soccomberebbero in fretta sotto il peso delle ragioni dello studio e della consapevolezza. In realtà questa parola d'ordine vince perché si insinua incontrastata in un senso comune piegato alla ideologia capace di partorire mostri dal volto simpatico in continuazione: i giacimenti culturali, i musei che si autofinanziano, la cultura che è il nostro petrolio e altre nefandezze seriali, al culmine e a completamento delle quali si pone la escatologica teoria della “green economy”, ovvero di una economia di mercato capace di generare autonomamente, per “mano invisibile”, effetti ciberneticamente volti a riprodurre vita e consentire crescita di risorse e di consumi. Balordate novecentesche inaudibili, ma purtroppo diffuse a destra e a sinistra, ovviamente in versioni meno grossolane di quelle, ammettiamo, un po', ma solo un po', caricaturali che abbiamo tratteggiato.

 

 

 

Visto che abbiamo iniziato a parlare di mostri, vorremmo evocarne un altro, una nuova distorsione culturale che comincia a serpeggiare e a farsi forza, in questo caso avvalendosi delle strategie che in natura usano le specie parassite. La tesi afferma più o meno che negli ultimi anni le ragioni della tutela (del paesaggio, del verde, dell'ambiente) hanno esondato dal loro letto originario, il pensiero degli ambientalisti storici e delle istituzioni di tutela; da quell'habitat originario quelle idee si sono ormai insediate nella legislazione, negli ordinamenti, nelle metodologie della pianificazione e della programmazione. Si giunge a dire che ormai certe regioni, dove si sono approvare legislazioni avanzate in materia di governo del territorio, sono ormai come dei grandi parchi. E dunque, come no, è perfino ovvio prendere atto che l'importanza dei parchi come li abbiamo intesi in passato, fino a qualche giorno fa, ora è cambiata. E non è su tesi come questa che si fondano poi le manovre per ridurre il peso dei parchi, per diminuire le risorse destinate alla loro gestione. E non è questa tesi che induce poi a pensare che si possano ridurre, in Toscana per esempio, le protezioni e i vincoli su aree del Parco che vennero definite “contigue” per consentire che fosse mantenuto l'esercizio della caccia?

Per battere queste idee, queste convinzioni distorte, occorre una battaglia culturale che deve essere combattuta su più fronti, compreso quello speciale e insidioso della politica. In definitiva sono l'idea e il modello di società, i progetti politici che fanno la differenza: ed è proprio là dove questi vengono messi a punto che si dovrebbe svolgere la battaglia più significativa. Chi pensa di tenere fuori la politica dai parchi in un certo senso rinuncia a svolgere questa parte della battaglia. Chi scrive è consapevole della cattiva stagione che la politica sta attraversando e di quanto sia scarso l'appeal motivazionale di ogni richiamo a “sporcarsi le mani” con la politica. Sta di fatto che le idee di mondo che stanno distruggendo l'ambiente sono progetti politici, e con quelli c'è da misurarsi se non vogliamo limitarci a battaglie di difesa, che potrebbero solo rimandare il nefasto esito finale.

Torniamo ai Parchi: dei Parchi c'è ancora bisogno, perché strategie di protezione e difesa dell'ambiente hanno strutturalmente e funzionalmente bisogno di aree dove la biodiversità sia difesa e tutelata in misura integrale. E perché vi siano luoghi di intelligenza e sperimentazione di metodologie, tecniche, e perfino di categorie interpretative e di filosofie, che possano arricchire le più generali politiche per il territorio. Per salvare l'ambiente occorre cambiare il modello di economia e se consegnassimo i parchi alle dinamiche micidiali e ineludibili della economia attuale, cedendo alle sollecitazioni di una ecologia superficiale che pare presuntuosamente coltivare l'idea di mantenersi pura nonostante tutto, li lasceremmo travolgere da forse sovrastanti e incontrollabili.

 

Noi speriamo che abbiano ragione color che sostengono che l'associazionismo ed il volontariato ambientalista non sono in crisi, e comunque ci auguriamo che nel futuro ci sia una nuova affermazione di questo tipo di cittadinanza attiva, mentre poco ci aspettiamo da formazioni politiche “specializzate”che al pari di certe isole vulcaniche emergono e scompaiono, dando ogni volta la possibilità qualche potente di piantare qualche bandiera. Pensiamo che un ruolo importante dell'associazionismo ambientalista dovrebbe e potrebbe essere svolto anche in sinergia, in affiancamento con i Parchi. L'associazionismo porta idee e modi di intendere le cose, ma porta anche professionalità, volontariato, azioni capaci di supportare e dare concretezza a intuizioni. In altri paesi le associazioni di volontariato, nel campo dei servizi in generale, ma anche in quello ambientale, svolgono funzioni di protagonismo culturale, di “voice” voce degli utenti e dei cittadini. Più ancora di una fuorviante attivazione degli “stakeholders” nei consigli di partecipazione di varia denominazione, le associazioni amiche dei parchi hanno iscritto nei loro statuti le stesse finalità di protezione e di tutela che sono iscritte negli atti costitutivi dei parchi. Da una collaborazione attiva tra le istituzioni e le associazioni potrebbe prendere le mosse una nuova stagione di iniziative e programmi, nei quali gli inganni della “valorizzazione” e del “superamento” dei parchi sarebbero oscurati, a favore di nuove iniziative capaci dare concretezza a quell'amore per la vita come biodiversità che è l'unico fondamento sicuro, saldo ed economicamente sostenibile per il futuro.

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