verso Bisanzio...

il teatro e l'aria che si respira

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Scritto da Alessandro Garzella

La crisi che stanno attraversando i teatri in conseguenza dei tagli governativi è un’espressione acuta di una crisi più generale che sta devastando, nel nostro Paese, l’intera cultura e con essa i luoghi della ricerca e della formazione, l’università e la scuola. Vi è come una radicata convinzione, assai spesso implicita, non dichiarata, non confessata, che la cultura - e con essa il teatro - appartenga al regno delle cose superflue, alla sfera del tempo libero, allo spazio del consumo.

Tutto ciò che è sapere, popolare e non, viene collocato nel minimo necessario, tutto ciò che è cultura nel superfluo. Le università e le scuole vanno a pezzi, i teatri vacillano, i cinema si chiudono. A quanto pare, sarebbero mondi che, quando la crisi avanza, possono essere ridotti fino all’azzeramento.

Non proprio o non soltanto. Sono mondi, si pensa e si dice, che possono sopravvivere se intervengono i privati, quelli che potrebbero interessarsi alla cultura e al sapere soltanto a condizione di trovarvi un utile in vendite e profitti, magari pubblicizzando i loro prodotti e mostrando, spettacolo nello spettacolo, le loro merci.

 

 

uscire dall'Europa?

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Scritto da Marco Betti

Negli ultimi giorni abbiamo assistito ad una vera e propria escalation di dichiarazioni del Ministro Maroni e del Presidente del Consiglio. “ L’Italia è stata lasciata sola”,  lamentano i berluscones “non c’è solidarietà”, si lagnano… E’ paradossale e ridicolo che questi appelli si levino dai ministri della Lega, dai sindaci di destra che avevano vietato l’iscrizione anagrafica nei loro comuni ai cittadini con un reddito troppo basso (5 mila euro l’anno), da quelli che vogliono affondare i barconi nel Canale di Sicilia, da quelli che non hanno voluto un solo tunisino nelle loro regioni. Ma l’affermazione, molto più pericolosa delle loro sciocche lamentazioni sulla solidarietà, per ora posta sotto forma di domanda retorica (se non sia meglio uscire dall’Unione Europea), quella sì che preoccupa. La preoccupazione dovrebbe essere generale perché alla garanzia dello Stato, sempre meno credibile con una guida come questa, si va pian piano sostituendo la garanzia prestata da un’istituzione sovranazionale che fornisce la prospettiva storica dello sviluppo, non solo sotto il profilo economico, ma del welfare, della legislazione e del controllo.

 

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