MARINA SLOW 2018

Ambiente, politica, parchi

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Scritto da fabiano corsini

“Non sono tempi buoni per l'ambiente, meno ancora per gli ambientalisti”, così recita una considerazione diffusa. Per spiegare la prima affermazione ci si riferisce normalmente a Trump e a quel negazionismo, perfino in materia di global warming, che pare dilagante. In realtà, se prendiamo a riferimento il mondo, pare che la politica, quella alta, abbia preso coscienza della questione ambientale più che nel passato. Trump trova nel suo popolo i maggiori oppositori e ha scarso seguito tra le nazioni, basti pensare alla Cina dove proprio su questi temi c'è stato un cambiamento epocale di paradigma e di pensiero. Quindi possiamo dire che a livello di istituzioni il problema ambientale sia parte fondamentale dell'agenda degli stati, fenomeno che è in costante marcia dalla convenzione di Rio. Un po' più complicato è pronunciarsi sulle difficoltà che incontra l'associazionismo ambientalista. Si dice che le organizzazioni ambientaliste stiano tutte vivendo una crisi di adesione e di frequentazioni: F.Balocco in Il Fatto Quotidiano del 24 settembre 2017 scrive “Delle associazioni storiche, il Wwf per ragioni di costi ha dovuto chiudere le sedi locali, Italia Nostra vivacchia” e di Legambiente dà la stessa valutazione. Se fosse vero, alla situazione si aggiungerebbe un ulteriore elemento di gravità, ma sono molte altre ed inquietanti le ragioni che ci fanno temere per il futuro. Il fenomeno più insidioso tra quelli che denunciamo ha carattere culturale, o se preferiamo “politico”in quel significato ampio e profondo che la parola tende a perdere. Accade che negli ultimi tempi le ragioni “ambientaliste”, e con esse una certa terminologia, perfino la parte “estetica” di una certa metodologia di approccio ai problemi, sono state fatte proprie dal senso comune, dal mainstreaming, oseremmo dire dal pensiero dominante. L'esecrazione per il cattivissimo Trump, almeno nelle cose ambientali, è nel nostro Paese pressoché unanime, in linea con quanto andiamo qui affermando. Quando però andiamo a parlare di temi ambientalisti specifici, per esempio di come intendere le aree protette e come sviluppare una politica dei e per i parchi, il discorso cambia. Una prima sciocchezza pericolosa è quella che si gabella con il termine “valorizzazione”. Per chi usa questa parola apparentemente ambigua (in realtà chiarissima: valorizzare significa “conferire o accrescere valore a qualche cosa”, e valore si intende in questa lettura valore economico; dunque portare a reddito una cosa che non ne ha, una cosa altrimenti priva di valore proprio); per chi usa questa parola d'ordine sbagliata, i parchi dovrebbero trasformarsi in reparti di vendita, di prodotti sofisticati quanto si vuole ma comunque ottimizzati (trasformati, impacchettati, inseriti in un display, in processi di marketing, in operazioni di merchandising,...) per essere venduti. Questa logica per sua natura tende a cannibalizzare ogni altra logica, a mangiarsi le ragioni prime che regolano la nascita e l'esistenza dei parchi: la tutela e la protezione dell'ambiente.

Questa parola d'ordine e gli indirizzi politici e gestionali che la mettono in pratica hanno di fatto monopolizzato e anche immobilizzato il dibattito negli ultimi anni. La insidiosità e la forza di una offensiva culturale di questo genere sono date non tanto dalla sua pregnanza teorica: in una discussione razionale tra persone mediamente qualificate, le ragioni dei “parchi come business” soccomberebbero in fretta sotto il peso delle ragioni dello studio e della consapevolezza. In realtà questa parola d'ordine vince perché si insinua incontrastata in un senso comune piegato alla ideologia capace di partorire mostri dal volto simpatico in continuazione: i giacimenti culturali, i musei che si autofinanziano, la cultura che è il nostro petrolio e altre nefandezze seriali, al culmine e a completamento delle quali si pone la escatologica teoria della “green economy”, ovvero di una economia di mercato capace di generare autonomamente, per “mano invisibile”, effetti ciberneticamente volti a riprodurre vita e consentire crescita di risorse e di consumi. Balordate novecentesche inaudibili, ma purtroppo diffuse a destra e a sinistra, ovviamente in versioni meno grossolane di quelle, ammettiamo, un po', ma solo un po', caricaturali che abbiamo tratteggiato.

 

 

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